Nessuna Cooperativa sociale può “fallire”, la pronuncia della Cassazione

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Umberto Ostieri
Umberto Ostieri

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Nessuna Cooperativa sociale può fallire, la pronuncia della Cassazione

Nessuna Cooperativa sociale può “fallire”, la pronuncia della Cassazione

La Corte della Cassazione si è espressa in modo chiaro su un argomento davvero attuale e di grande impatto. In questo articolo, con il commento di Umberto Ostieri, avvocato di riferimento del Capo Team Crisi d’Impresa di CFI – Crisi Fiscale D’Impresa presieduto e guidato rispettivamente da Carlo Carmine e Simone Forte, si affronta il tema della “fallibilità” delle cooperative sociali.

Interessante pronuncia della Cassazione (Relatore dott.ssa Paola Vella) che con la sentenza n. 29801, depositata il 27 ottobre 2023, ha stabilito che la cooperativa sociale, in quanto impresa sociale di diritto, non è assoggettabile al fallimento bensì alla procedura di liquidazione coatta amministrativa, in ossequio a quanto previsto dall’art. 14 del DLgs. 112/2017.

In particolare, è stato evidenziato che lo “statusprevale sul “tiposociale, con la conseguenza che si applica la disciplina di cui al DLgs. 112/2017 (e, in particolare, la previsione di cui all’art. 14) anche alle cooperative sociali e ai loro consorzi, in luogo delle disposizioni di cui all’art. 2545-terdecies c.c.

La cooperativa sociale, che rientra nel perimetro delle società cooperative, è stata introdotta con la L. 381/1991 allo scopo di realizzare la c.d. mutualità esterna, ossia il perseguimento di interessi non necessariamente ascrivibili ai propri soci, ma alla collettività.

Nessuna Cooperativa sociale può fallire: il commento

Con l’entrata in vigore del DLgs. 112/2017 le imprese sociali possono assumere la veste giuridica di società, cooperative ordinarie e cooperative sociali (e loro consorzi) purché svolgano, stabilmente e in via principale, un’attività di interesse generale e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

In tal modo si incoraggiar l’ampia partecipazione di lavoratori, utenti e altri soggetti interessati alla specifica attività svolta e alla finalità perseguita.

Si evidenzia nella pronuncia della Suprema Corte che l’impresa sociale dev’essere gestita secondo il c.d. metodo economico, ossia seguendo canoni professionali per la conduzione di un’attività economica organizzata che, quantomeno, tenda al raggiungimento dell’equilibrio economico, in termini di pareggio tra costi e ricavi.

Per poter qualificare l’impresa “sociale” deve riscontrarsi l’assenza di uno scopo di lucro che, a seconda della veste giuridica prescelta, assumerà una diversa connotazione: per le imprese societarie “lucrative” si concreta nell’assenza della proiezione causale di cui all’art. 2247 c.c. (la divisione degli utili); per le imprese societarie cooperative, nel divieto tout court di una distribuzione di dividendi, salvo quanto disposto dall’art. 2514 comma 1 lett. a) c.c.

Ciò nonostante non si esclude la possibilità che l’impresa possa svolgere anche attività diverse da quelle sociali, purché i relativi ricavi non superino il 30% del totale (art. 2 comma 3 del DLgs. 112/2017); inoltre, non vi è alcun limite allo svolgimento di attività diverse purché nell’impresa siano occupati, in misura non inferiore al 30%, lavoratori appartenenti alle categorie di cui all’art. 2 comma 4 del DLgs. 112/2017.

A proposito dei regimi speciali

Non assumono importanza, invece, le diverse categorie, i regimi speciali e le particolari qualifiche normative (per esempio di ONLUS) che, nel tempo, il legislatore ha individuato in relazione alle variegate e crescenti finalità sociali perseguite: queste, infatti, assumono rilievo solo ai fini delle agevolazioni fiscali specificamente previste, ma non anche nei termini dell’assoggettabilità o meno al fallimento.

Pertanto, ove sussistanole condizioni richieste, ai sensi dell’art. 14 comma 1 del DLgs. 112/2017, in caso di insolvenza, le imprese sociali sono assoggettate alla liquidazione coatta amministrativa.

In merito, una parte della dottrina pone qualche dubbio circa l’applicazione di tale disciplina anche per le cooperative sociali, ritenendo che, ove sia svolta attività commerciale, continui a vivere un doppio binario informato al criterio dell’alternatività di cui all’art. 2545-terdecies c.c., con la conseguenza che, ove siano superati i limiti dimensionali di cui all’art. 1 comma 2 del RD 267/42 (oggi art. 2 comma 1 lett. d) del DLgs. 14/2019), la cooperativa sociale possa essere dichiarata fallita.

Ciò che rileva, invece, secondo la Suprema Corte, è lo status di impresa sociale che esercita un’attività di interesse generale, senza scopo di lucro e per fini civici, solidaristici e di utilità sociale, da cui discende un assoggettamento, in via esclusiva, alla liquidazione coatta amministrativa.

Pertanto, conclude la Suprema Corte, l’impresa sociale non potrà accedere nemmeno alle procedure di regolazione della crisi da sovraindebitamento stante l’espressa esclusione “per il debitore assoggettabile a liquidazione coatta amministrativa” di cui all’art. 2 comma 1 lett. c) del DLgs. 14/2019.

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